Decreto dignità: “la Waterloo del precariato” ?

Lunedì sera il governo ha approvato il “decreto dignità”, un decreto legge che contiene una serie di interventi in particolare sul lavoro.

Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo, l’ha definito la  «la Waterloo del precariato», con particolare riferimento riferendosi alla parte del decreto che rende più complicati e costosi i cosiddetti contratti “precari”.

Un fatto è certo questo decreto scontenta le associazioni di imprenditori, che chiedono un costo del lavoro più basso e maggior flessibilità. Secondo gli esperti invece il decreto contiene parti buone e parti criticabili o controverse, ma non è comunque riuscito a sollevare particolari entusiasmi nemmeno da parte dei sindacati. Un altro aspetto fortemente contestato su più fronti è la rapidità di approvazione.

Uno dei primi nodi riguarda proprio l’obiettivo di questo decreto: aumentare il numero di lavoratori a tempo indeterminato a scapito dei precari. Infatti le novità riguardano proprio i contratti a tempo determinato che passano da 36 a 24 mesi, con l’obbligo di fornire la causale se il contratto supera i 12 mesi. Quest’ultimo aspetto è quello che sta riscuotendo sconcerto tra le imprese soprattutto quelle più grandi. Con il Jobs Act erano state abolite, vista la difficoltà di un’impresa a dimostrare in maniera incontrovertibile una ragione oggettiva che giustificasse la necessità di assumere un lavoratore a tempo determinato, andando a dimezzare il numero di cause da parte dei lavoratori in Italia. Con la reintroduzione diversi esperti temono che possa tornare a crescere.

Il decreto dignità alza anche il costo del licenziamento, aumentando del 50 per cento l’indennizzo minimo e quello massimo per chi viene licenziato senza giusta causa. Secondo diversi esperti, questo è uno dei punti più delicati del decreto. La combinazione delle due norme, che rendono più costosi i licenziamenti e più convenienti i contratti di breve durata (quelli di 12 mesi che non richiedono di specificare una causale), rischia di spingere i datori di lavoro ad accelerare l’avvicendamento dei lavoratori e non di assumere a tempo indeterminato, obiettivo di questo decreto.

Un altro problema del decreto è che non viene introdotto alcun tipo di incentivo alla trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. 

Infine il decreto aumenta i vincoli che devono essere rispettati dalle agenzie interinali, quelle che offrono il cosiddetto “lavoro a somministrazione”. Su quest’ultimo punto si sono concentrate molte critiche, poiché sembra che il governo abbia intenzione di applicare a questo tipo di agenzie tutte le regole dei contratti a tempo determinato, il che rischia di paralizzarne o comprometterne l’operato.

Un altro punto controverso e che non piace alle imprese riguarda la delocalizzazione. La norma prevede che se un’impresa si trasferisce fuori dall’Italia entro cinque anni dal momento in cui ha ricevuto un qualunque tipo sostegno pubblico dovrà restituire l’importo ricevuto maggiorato dagli interessi.

Riassumendo il decreto dignità ha molti punti ancora da chiarire e nodi da sciogliere.

Al suo interno inoltre contiene una serie di disposizioni aggiuntive che non hanno nulla a che vedere con il mondo del lavoro: la prima su tutte il divieto di pubblicizzare il gioco d’azzardo (riducendo il fenomeno della ludopatia), tranne ovviamente la Lotteria Italia. A protestare contro questa decisione ci sono, oltre ai concessionari dei giochi, anche editori e società di calcio che beneficiavano delle sponsorizzazioni del settore.

Infine viene rimandata a febbraio 2019 la scadenza per la presentazione dello “spesometro” e abolito, per i professionisti, lo “split-payment”.

Riportiamo il testo completo del Decreto dignità qui 

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