La parola crisi o “punto di svolta” per l’Europa

L’etimologia della parola crisi anche nella lingua italiana rimanda al significato di “punto di svolta” che per l’Europa, oggi più che mai, rappresenta un momento di straordinaria importanza, perché in gioco c’è la dignità di milioni di persone.

Nulla sarà più come prima è il ritornello che troppo spesso abbiamo sentito in questi anni di pesanti trasformazioni economiche, ambientali e sociali che hanno coinvolto il nostro pianeta.

Ed è vero. Ma la questione è un’altra: stiamo parlando di una giusta evoluzione o di una scellerata involuzione?

Tutte le faccende umane contengono una naturale ambiguità – il famoso rovescio della medaglia – che deve indurre, ogni qual volta ne valga la pena, a fare delle riflessioni. La bellezza della vita, in fondo, sta proprio nella sua imprevedibilità e nel dover affrontare le situazioni più disparate belle o brutte che siano. L’etimologia della parola crisi anche nella lingua italiana rimanda al significato di “punto di svolta” che per l’Europa, oggi più che mai, rappresenta un momento di straordinaria importanza, perché in gioco c’è la dignità di milioni di persone.

Da che parte andare dunque? Un esempio ci arriva da oltreoceano con la politica economica statunitense. I dati americani di dicembre registrano nel terzo trimestre un PIL pari a + 5%, miglior risultato dal 2003, frutto di investimenti e strategie occupazionali, ma, rovescio della medaglia, con un debito pubblico che è aumentato di 3,45 miliardi di dollari al giorno. Politiche economiche in netta opposizione alla tanto auspicata – soprattutto dai tedeschi – austerità europea. Se non saranno le scelte di Obama a far cambiare idea ai vertici di Bruxelles, lo saranno probabilmente le indicazioni giunte dagli elettori greci che hanno voluto Alexis Tsipras come nuovo Premier. Tutti fermi sulle proprie posizioni, ma al contempo tutti a dire “parliamone”. Ed è il motivo per cui il risultato delle elezioni in Grecia, culla della democrazia occidentale, potrebbe non essere così negativo come qualcuno prevede, bensì innescare circoli più virtuosi di quanto visto finora.

Di virtuosismi l’Italia ne ha tanto bisogno, incanalata ormai oltre la soglia relativa alla pressione fiscale della curva di Laffer, passata la quale gli introiti dello Stato diminuiscono per un effetto domino che parte dal rallentamento dei consumi e arriva alla crisi di interi settori quali, per citarne due eclatanti, l’Edilizia e il Nautico.

Non voglio chiudere il mio editoriale senza provare a dare una risposta alla domanda iniziale. Il mondo si evolve e, in questo processo, molto del merito va alla tecnologia, ma i mutamenti non necessariamente sono positivi se non ci mettiamo nelle condizioni di saperli sfruttare. E qui entrano in gioco il cambiamento culturale, l’apertura mentale e il pensiero parallelo.

Questo è poi il grande messaggio che supporta il concetto di Industrie 4.0, la quarta rivoluzione industriale, le cui potenzialità possono essere infinite se ci crediamo veramente.

 

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