Proseguono gli investimenti in macchine utensili

L’assemblea UCIMU tenutasi lo scorso giugno ha confermato il clima di ottimismo ritrovato del sistema manifatturiero italiano.

Dopo un ottimo 2015, le previsioni per l’anno in corso danno in crescita gli investimenti anche nel nostro paese. L’industria italiana delle macchine utensili, pare, quindi, grazie anche alle azioni del Governo come il provvedimento del super ammortamento, essere sulla strada giusta. Veniamo ai dati. La produzione nel 2015 è cresciuta del 7,8% attestandosi a 5.217 milioni di euro. Il risultato è stato determinato sia dal positivo andamento delle consegne dei costruttori salite, del 15,8 %, a 1.830 milioni di euro, sai dalla ripresa delle esportazioni aumentate del 4,1 % rispetto al 2014 per un valore di 3.387 milioni di euro.

Il dato più confortante è relativo però al consumo italiano che cresce, per il secondo anno consecutivo del 22,3% attestandosi a 3.348 milioni di euro.

I dati del II Trimestre 2016 da poco diffusi mostrano una situazione pressoché invariata anche se l’indice degli ordini esteri ha segnato un arretramento del 10,5% rispetto al periodo aprile-giugno 2015, evidenziando la debolezza della domanda internazionale rilevata già dagli ultimi dati di export disponibili.

Infatti, anche secondo l’elaborazione UCIMU sui dati ISTAT relativa ai primi tre mesi del 2016 (ultima rilevazione disponibile), le esportazioni di macchine utensili italiane sono diminuite del 4,3%. A fronte dell’incremento delle vendite in Germania (+11,9%) e Stati Uniti (+13,6%), primi due paesi di destinazione del made in Italy di settore, si sono drasticamente ridimensionate le consegne in Cina (-20,1%) e Russia (-78%). Prosegue invece il trend positivo degli ordinativi raccolti dai costruttori italiani sul mercato domestico risultati, nel periodo considerato, in crescita del 5%.

Luigi Galdabini, alla sua ultima assemblea Ucimu da Presidente, afferma che «i dati che abbiamo mostrato in assemblea sono ancora più significativi se paragonati alle prestazioni di tutti gli altri paesi del mondo. La nostra produzione è cresciuta del 7,8 % rispetto al 7,3 % del resto del mondo, l’export è cresciuto del 4,1 % rispetto al 2,9 %, ma il dato più importante è quello del consumo interno cresciuto del 22,3 % rispetto al 7,7 % su base mondiale. Se è vero che fino al 2014 i livelli erano ancora modesti e quindi questi incrementi partono da una base bassa, possiamo comunque dire senza timori che per il nostro paese la ripresa è arrivata come confermano anche i dati mondiali che ci vedono al quarto posto come produttori di macchine utensili e al terzo come esportatori. Se allunghiamo lo sguardo verso il primo trimestre 2016, ovvero fino a fine marzo, già possiamo dire che gli ordini sono in crescita del 4,3 % mentre gli ordini interni fanno un balzo del + 31, 8 %. E ciò ci fa ben sperare per i dati conclusivi dell’anno in corso. La previsione addirittura ci dice che la crescita nel comparto delle macchine utensili per l’Italia è prevista del 6 % meglio che nel resto d’Europa. Certo è che la situazione internazionale che stiamo vivendo rende qualsiasi previsione molto incerta. Ci sono ancora molte questioni aperte che non ci fanno dormire sonni tranquilli, per quanto riguarda l’Europa c’è l’incognita Brexit e l’eventuale effetto domino che essa può provocare. Per quanto riguarda l‘Italia accogliamo con favore le politiche di fiscal compact e di immigration compact, la prima punta a rendere più morbide e flessibili le regole di bilancio e di austerity, la seconda insiste su un’Europa più compatta sui temi dell’immigrazione che impattano maggiormente su paesi come il nostro e la Grecia».

All’assemblea Ucimu sono intervenuti due economisti di prestigio quali Alberto Quadrio Curzio, Presidente dell’Accademia dei Lincei e Consigliere di Fondazione Edison, e Marco Fortis Vice Presidente di Fondazione Edison e consigliere della Presidenza del Consiglio sui temi economici.

Fortis ha ricordato una serie di riforme e interventi compiuti negli ultimi due anni dal Governo che sono stati di supporto al Paese, facendo notare che «anche le riforme costituzionali e istituzionali sono legate alle condizioni economiche, tant’è che gran parte della credibilità che ha recuperato l’Italia nell’ultimo periodo è dovuta alla volontà del Governo di mettere mano a queste tematiche. Sul piano prettamente economico ci sono state azioni volte a rilanciare la domanda interna e, seppure tra molti dibattiti, anche queste hanno dato ossigeno a una fascia di redditi non alti che prima si è trasformato in risparmio che successivamente ha generato nuovi consumi».

Fortis è intervenuto anche sul sistema bancario, sul tema del lavoro, e sulla struttura delle imprese italiane.

«La riforma delle banche popolari non solo andava fatta, ma è arrivata in un momento particolarmente delicato in cui ci saremmo trovati a gestire situazioni critiche di alcuni Istituti vicini al disastro, per quanto di carattere locale. Alcune di queste banche erano diventate piccoli nuclei di potere sganciati dalla loro vocazione territoriale originaria. Non dimentichiamoci però che in Italia abbiamo delle banche che sono dei gioielli a livello internazionale e che nonostante gli attacchi speculativi di questi giorni hanno anche una grossa una copertura in immobili».

«Avendo vissuto da vicino l’aspetto dell’occupazione e dell’impatto del jobs-act e della decontribuzioni, faccio presente che anche l’Istat fa fatica a rilevare i dati occupazionali che variano velocemente in base alle politiche di sostegno che vengono attuate. Questo sinigifca che ogni qual volta vengono emessi i dati trimestrali vi sono sempre delle differenza al rialzo o al ribasso anche di pochissimo in termini percentuali che dal punto di vista statistico sembrano irrilevanti, ma che in termini assoluti possono stravolgere la situazione. Il dato attuale più aggiornato è relativo all’incremento da febbraio 2014 ad aprile 2016 di 455 mila unità. Se confrontiamo i dati di aprile 2008, che è stato il mese di massima occupazione con oltre 23 milioni di occupati, vediamo che ad aprile 2016 ne mancano all’appello 547 mila. Tuttavia gli occupati dipendenti sono tornati al livello pre-crisi. Quelle che manca – ed è questo il vero problema – sono i 530 mila lavoratori indipendenti che sono imprese famigliari, lavoratori autonomi, piccoli artigiani, piccole attività dell’indotto edilizio. In questo contesto è più difficile intervenire perché occorre inventare nuove forme di occupazione, nuove professioni ecc.».

«Per quanto riguarda la struttura industriale del nostro paese, soprattutto quella manifatturiera, è davvero molto complessa da analizzare al di fuori dello sterile dibattito “piccolo è bello oppure no”. I nuovi dati che abbiamo a disposizione che compara i nostri dati sull’export per classi di addetti con quelli degli altri paesi europei. Per quanto riguarda le esportazioni che siamo dietro a Germania, Francia e anche l’Olanda – sebbene quest’ultima in realtà rappresenta solamente un punto di smercio di prodotti che arrivano da ogni parte del mondo -. Se prendiamo solo gli operatori dell’industria, vediamo che l’Italia balza al secondo posto in Europa per esportazioni. Se guardiamo le classi di impresa le poco più di 2000 aziende con oltre 250 addetti esportano oltre 159 miliardi di euro di prodotti industriali ovvero più di tutta la Spagna. Se prendiamo le medie imprese italiane, composte da 50 a 249 addetti, ci rendiamo conto che esse esportano anche più di quelle tedesche e se sommiamo le grandi imprese con le medie – in totale meno di 8.000 – queste esportano più della Gran Bretagna e quasi come la Francia. E poi abbiamo le piccole imprese con addetti compresi tra 10 e 44 che rappresentano la nostra fortuna – fermo restando che occorre fare sempre la distinzione tra robuste e piccole e fragili. Le nostre piccole esportano 50 miliardi di euro di prodotti industriali ovvero più di tutte le piccole tedesche francesi e spagnole messe insieme, alcune di queste addirittura leader di nicchia. Purtroppo abbiamo la facia delle micro imprese con meno di 10 addetti che fanno molta fatica a esportare e lì, chiaramente, occorre fare degli interventi strutturali».

Un visione globale certamente critica sulle azioni dell’UE la fornisce il prof. Quadrio Curzio il quale sottolinea la rilevanza di alcuni termini-concetto che sono da una parte Investimenti, Infrastrutture e Innovazione e dell’altra Istituzioni, Società ed Economia.

«Vale la pena ricordare che nel periodo di crisi il tasso di crescita dell’Eurozona è stato pari a zero per ben sei anni, mentre gli Stati Uniti sono cresciuti di 8-9 punti percentuali. L’Italia nello stesso periodo è calata dell’8%. Ciò significa che il divario tra USA e l’Europa è divento enorme e la ragione è dovuta alle diverse politiche adottate negli USA e in Europa. Se gli Stati Uniti, a una politica monetaria espansiva hanno affiancato forti interventi di spesa pubblica suddivisa in tre filiere: infrastrutture, aiuti a banche e imprese, sgravi fiscali. L’Eurozona in particolare non ha praticamente fatto spesa pubblica fatto salvo alcuni paesi che avevano buoni avanzi di bilancio, mettendo in atto una politica dettata dalla Banca Centrale Europea sempre intervenuta quando i fatti le consentivano di intervenire perché in caso contrario ci sarebbe stato il veto della Germania.

La posizione dell’Europa è stata orientata al rigore fiscale nella convinzione che fosse prioritario sistemare i debiti pubblici dei paesi messi peggio, ma di fatto aumentando il divario che la crisi aveva determinato.  Tutto ciò è stato dovuto in parte alle posizioni prese dalla Germania in quanto paese dominante e in parte dovuto all’incapacità delle rappresentanze istituzionali europee di scegliere una linea autonoma. Come prima conseguenza si è ridotto molto il potenziale produttivo dell’Eurozona accompagnato da una netta caduta della domanda. Alcuni recenti dati ci dicono che su base annua nel 2015 manchino tra i 270 e i 350 miliardi di euro di investimenti dell’Europa a 26 nazioni. Il problema sta proprio nella difficoltà di ricostituire la capacità produttiva persa. L’UE per rimediare a questa perdita ha fatto tre innovazioni: il trattato internazionale di fiscal compact, tra i più rigorosi mai concepiti in un sistema economico; un altro trattato internazionale per la costituzione di un fondo salva stati (per 700 miliardi di euro, di cui versati 80 miliardi e impegnati 150 miliardi); e quello che viene definito Piano Junker, risalente al 2015, per finanziare gli investimenti, a ben 7 anni dall’inizio della crisi. Questo fondo salva stati ha fatto recenti emissioni a 30 anni al tasso dell’1,15%, ciò significa che la credibilità di queste emissioni obbligazionarie europee è altissima ed è un’offerta che i mercati acquistano con grande convinzione. Allora la domanda che pongo all’Europa è: perché questo fondo già costituito basato su un trattato internazionale con viene utilizzato per raccogliere capitali e finanziare investimenti infrastrutturali? Uno dei motivi è l’opposizione della Germania che non vuole in alcun modo che un fondo acquisisca una sua capacità autonoma e in qualche modo darsi carico di una parte dei debiti che gli stati europei devono fare per conto proprio per finanziare gli investimenti. È inutile quindi pensare di rafforzare l’UE se non si danno degli strumenti adeguati per l’azione dell’UE stessa».

«Il Piano Junker parte con una dotazione di 21 miliardi e presume di avere una leva di circa 15 miliardi il che significa che dovrebbe arrivare a muovere 315 miliardi di investimenti in tre anni, meno di 130 miliardi all’anno. Allo stato attuale il programma Junker ha finanziato per circa 10 miliardi che ne mobiliteranno circa 100. Uno studio del Centro Studi Bruegel ha dimostrato che  i finanziamenti del Piano Junker non sono nient’altro che sostitutivi degli investimenti che normalmente fa la Banca Europea, non addizionali, perché tutti gli investimenti del Piano Junker sono finanziati dalla Banca Europea degli Investimenti. Quindi quel piano non rappresenta nulla per l’Europa oggi perché in gran parte è solo sostitutivo. In buona sostanza la UE non sta facendo nulla per rilanciare gli investimenti in Europa».

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